La storia della rivista Quaderni del Sud- Quaderni calabresi è difficile da narrare in poco spazio, in ragione più che della sua vetustà – essa copre ormai l’arco del mezzo secolo – in ragione della complessità della fasi socio-politico-culturali che si sono succedute in tale arco di tempo.

La rivista è sorta quando era ancora viva la memoria delle lotte contadine e della speranza di una trasformazione in senso socialista della società italiana: da allora si sono succeduti e intersecati la sconfitta contadina, l’esodo di massa del nerbo della popolazione, il cosiddetto miracolo italiano, il ’68, le ripetute rivolte urbane meridionali (Avola, Battipaglia), la rivolta di Reggio Calabria, la Cassa per il Mezzogiorno, le tensioni del terrorismo, l’affacciarsi per un certo tempo sul proscenio politico delle istanze delle “nazioni senza Stato” e l’ingresso nell’euro, che di fatto equivale alla collocazione del nostro territorio all’interno di una nuova entità statale di stampo germanico, affiancata e/o sovrastante a quella ufficiale italiana. In tutto questo, una costante, costituita dal processo ininterrotto di disgregazione del tessuto sociale, territoriale ed umano del Meridione, costretto a misurarsi con le diverse e pervasive forme che l’organizzazione del dominio imperiale va assumendo.

Questa complessità dei tempi, e la brevità dello spazio, consigliano di ricorrere ad una schematizzazione delle fasi in cui si può suddividere la vita della rivista, la quale è sorta nel 1964 all’interno di un circolo di cultura, fondato in Vibo Valentia nel 1958, un circolo molto vivace, di carattere democratico, capace di impegno civile, molto sensibile ai temi della “questione meridionale”, come allora veniva considerata la nostra condizione, un po’ colpa nostra, un po’ colpa dell’abbandono da parte di uno Stato “lontano”. La rivista, di carattere critico-propositivo, capace di aggredire le situazioni di contiguità con ambiti mafiosi che caratterizzano i rapporti di potere all’interno di una città meridionale (grande notorietà ebbe l’esito felice di un processo sostenuto contro un senatore del luogo) ebbe buona accoglienza per il suo radicamento al luogo e contemporaneamente per la sua apertura, mutuata da un circolo contrassegnato dalla disponibilità dei suoi componenti “ a mettere in discussione se stessi”, come si amava dire, ed i propri convincimenti.

La svolta nell’indirizzo delle rivista fu segnato dall’ingresso in essa, con l’incarico di curarne la redazione, di Nicola Zitara. Egli aveva già portato a termine il processo di rilettura della condizione del Meridione, per la prima volta da lui qualificata, alla luce del dibattito sul rapporto sviluppo-sottosviluppo che in quegli anni si andava svolgendo, come un caso di imperialismo interno. Il suo primo grande saggio in tal senso si ebbe proprio nel primo numero della rivista, con la pubblicazione del suo fondamentale scritto “In attesa dell’avvento- riflessioni di un socialista meridionale”.

La rivista assunse da allora il suo taglio fondamentale, quello di costituire voce della colonia Mezzogiorno. Zitara continuava con essa la sua battaglia socialista che, rifiutandosi di ignorare la storia e di scavalcare i nuovi prodotti, non poteva che tradursi in una lotta anticoloniale per la liberazione del Meridione e per la riorganizzazione del suo tessuto produttivo e del suo tessuto istituzionale.

La rivista divenne quindi, e tale rimase negli anni, non solo strumento di dibattito e di formazione teorica, ma strumento di organizzazione politica. È attraverso i contatti da essa instaurati con vari gruppi meridionali, in particolare con gruppi sardi e lucani, che nel 1971 nasceva il Movimento Meridionale, che, per influsso diretto dei gruppo sardo, prendeva il nome di “Movimento dei contadini e dei proletari del Mezzogiorno e delle Isole” (un nome a cui a mio giudizio bisognerebbe ritornare o, almeno, rimanere sempre idealmente fedeli), il cui manifesto veniva pubblicato nel n.21/24 della rivista.

Da allora vi fu piena coincidenza tra il lavoro del Movimento e quello della rivista, nel senso che l’uno è andato alimentandosi dell’altro.

In particolare i successivi numeri della rivista furono specchio della duplice forma in cui si svolgeva il lavoro del Movimento: quello della presenza tra i meridionali colonizzati sul terreno delle loro lotte sociali contro le ricorrenti forme di espropriazione di cui sono vittime, e contemporaneamente sul terreno delle lotte propriamente politico-istituzionali, soprattutto intorno al governo dei municipi.

Così una lunga fase dei Quaderni venne dedicata al lavoro, in quel momento prevalente, perché la ricostruzione di taluni paesi alluvionati della Calabria prima (anni 1973/1983), e la ricostruzione di taluni paesi delle zone terremotate dell’Irpinia e della Basilicata poi (1980/1983) fosse gestita direttamente dagli alluvionati e dai terremotati.

Si trattava, di far sì, attraverso l’organizzazione paese per paese, che la ricostruzione delle case, degli abitati, dei campi devastati da quelle calamità fosse rimessa agli abitanti di tali paesi, quali cittadini e titolari degli stessi, che restassero in mano loro il lavoro, il gusto, le risorse di quei lunghi e complessi lavori, in modo che le calamità si trasmutassero in occasione per una loro crescita e non in occasione, come poi avvenne, di arricchimento – vere e proprie fortune – per altri.

Molti numeri della rivista, dal n.29 al n.50 (1973/1982) sono largamente dedicati a tale lavoro. Contemporaneamente cresceva il lavoro di organizzazione come struttura avente anche dimensione politica, dal momento che questi due tipi di lavoro e di presenza non possono vivere da soli. Fu anzi sulla spinta della presenza sul terreno materiale, sulle battaglie per il possesso del lavoro della ricostruzione, che nel 1985 il Movimento fu presente nella battaglia elettorale per l’elezione del Consiglio regionale calabrese, raccogliendo consensi, oltre sedicimila voti, in ogni angolo della regione.

Successivamente le scarse risorse umane costrinsero a concentrare il lavoro solo sul terreno politico. Il Movimento e la rivista ebbero su questo piano un ruolo notevole nella formazione del “Raggruppamento Federalismo”, costituito da sardi, valdostani, occitani, friulani e appunto noi meridionali, cimentatosi utilmente in due successive elezioni europee.

Si trattava tuttavia, per quanto riguarda gli altri Movimenti, di formazioni fortemente politicizzate, ma con scarso retroterra di presenza nel sociale, sicché il riflusso del Raggruppamento era inevitabile.

In questa ultima fase, quella di oggi, gruppi del Movimento e la rivista continuano, nelle più difficili condizioni sociali dei tempi attuali, a realizzare momenti di presenza e di aggregazione sociale, mettendo in evidenza che è un lavoro di cui si devono rendere protagonisti gli appartenenti alle singole città ed ai singoli paesi, come componenti organici e vitali delle singole comunità. Ricostituire il rapporto vitale cittadino-città, ci sembra essenziale per la riconquista del potere popolare meridionale sul proprio territorio. Ogni città ed ogni paese è una trincea, che non può essere coperta se non dagli addetti a quella trincea. E più trincee fanno un fronte, che può divenire il fronte di una trasformazione (o rivoluzione, nel senso usato da Capitini) permanente.

I Quaderni da tempo lavorano a provocare intorno a queste nostre esperienze e prospettive, un discorso comune tra i vari Movimenti che operano nel Meridione e che ci sembrano nello stesso tempo vivaci e battaglieri e insieme confusi e dispersi, quasi totalmente occupati dalle rivendicazioni che nascono dal torto subito, poco attenti alle sofferenze che le nostre popolazioni subiscono nel presente e subiranno nel prossimo futuro. Sentiamo con ciò di continuare l’opera di quella grande visione realistica delle cose che fu il brigantaggio, ma commisurata al terreno delle vessazioni attuali.

Intorno a questa idea si va formando una redazione più articolata e diffusa, che funzioni da tramite per la costruzione di un terreno di lavoro e di battaglia comune ai movimenti.

Francesco Tassone